Massimo Di Michele



Attore | Regista

Alexis

o Il Trattato della Lotta Vana

di Marguerite Yourcenar

Stacks Image 2782
  • conPier Giuseppe Di Tanno
  • adattamento teatraleAlessandra Arcieri
  • regiaMassimo Di Michele
  • luciAlessandro Carletti
  • musichePaolo Terni
  • scene, foto e locandinaCristina Gardumi
  • costumiGiuseppe Testa
  • coreografieTiziano Di Muzio
  • organizzazioneRoberto Marinelli
  • una produzioneImargini
  • Show More

Note di regia

Questa lettera, amica mia, sarà lunghissima.
Ecco la viva testimonianza di una persona: davanti a noi alza la testa, si scopre, sorride, e subito dopo piange, infine ci guarda. Allora capiamo: si è liberata, è riuscita a cantare. Leggendo la lettera che il giovane Alexis scrive a sua moglie per lasciarla, dopo interminabili anni di bugie e ipocrisia, è assistere a un'indagine. Il delitto è innominabile all'inizio perfino da colui che l'ha commesso. Solo gradualmente prende la forma incerta e dolorosa di una colpa comune, commessa anzitutto verso se stessi: il sacrificio della propria natura per sottomettersi alla comoda illusione di una vita Un corpo disteso. Due specchi 80x80cm. Ventuno sacchetti di plastica small, medium, large pieni d'acqua. Marguerite Yourcenar, 24 anni, scrive per la prima volta. Compone il ritratto di una voce che si chiama Alexis. Traccia un percorso doveroso nella sua memoria. Scava dove il ricordo è ancora nervo vivo - filma con lenti piano-sequenza quello che può dare sollievo rivedere. Lui decide di spiegare, di farsi stetoscopio. Di vestirsi del proprio corpo. è spinto a farlo: ora sa soltanto quello che deve fare. Confessare senza dirlo troppo forte, prima di spiegare tutto, una volta girate le spalle, a sé stessi. La parola che accarezza, che rivela senza mai gettare sulle cose una luce più intensa di quella di una lampada, e il corpo che scrive, che colma spinto da una pura, ineffabile necessità le lacune inevitabili della parola. Nel 1929 la Yourcenar ci regala i biglietti per un lungo viaggio. Chi ci sta guidando attraverso le zone più difficili da percorrere potrà arrestare il proprio cammino solo quando sentirà di essersi confermato in sé stesso. Un viaggio. Sì. Cammino che modifica intimamente, passaggio da uno stato ad un altro, mutamento di una materia che sperimenta la propria trasformazione. L'elemento che permette di compiere questo ultimo rito è l'acqua. Liquido che battezza la nuova nascita, illude l'eliminazione del peccato, fino ad ora imprigionato con cura in tante buste di plastica sigillate, ordinate e sistemate come se fosse possibile sistemare ogni desiderio ogni sogno ogni parte di noi. E poi gli specchi. Perché ci si possa guardare da un altro punto di vista, anzi da infinite posizioni, per oggettivarci, per parlare a noi stessi come faremmo con un estraneo; permettono di riflettere il mondo, ci rendono plurali, possono schiaffeggiarci con una realtà che non desideriamo confermare - per permettere all'altro di osservarci da infinite altre angolazioni che sfuggono al controllo. Si sta parlando di identità. Qualunque essa sia. Di accoglierla, acconsentirvi, di viverla. I cadaveri che restano sono solo i contenitori di quello che durante la scrittura è stato sprigionato, schizzato via, sparso a terra... Non, rien de rien, non, je ne regrette rien
Stacks Image 4081
  • conPier Giuseppe Di Tanno
  • adattamento teatraleAlessandra Arcieri
  • regiaMassimo Di Michele
  • luciAlessandro Carletti
  • musichePaolo Terni
  • scene, foto e locandinaCristina Gardumi
  • costumiGiuseppe Testa
  • coreografieTiziano Di Muzio
  • organizzazioneRoberto Marinelli
  • una produzioneImargini
  • Show More

Note di regia

Questa lettera, amica mia, sarà lunghissima.
Ecco la viva testimonianza di una persona: davanti a noi alza la testa, si scopre, sorride, e subito dopo piange, infine ci guarda. Allora capiamo: si è liberata, è riuscita a cantare. Leggendo la lettera che il giovane Alexis scrive a sua moglie per lasciarla, dopo interminabili anni di bugie e ipocrisia, è assistere a un'indagine. Il delitto è innominabile all'inizio perfino da colui che l'ha commesso. Solo gradualmente prende la forma incerta e dolorosa di una colpa comune, commessa anzitutto verso se stessi: il sacrificio della propria natura per sottomettersi alla comoda illusione di una vita Un corpo disteso. Due specchi 80x80cm. Ventuno sacchetti di plastica small, medium, large pieni d'acqua. Marguerite Yourcenar, 24 anni, scrive per la prima volta. Compone il ritratto di una voce che si chiama Alexis. Traccia un percorso doveroso nella sua memoria. Scava dove il ricordo è ancora nervo vivo - filma con lenti piano-sequenza quello che può dare sollievo rivedere. Lui decide di spiegare, di farsi stetoscopio. Di vestirsi del proprio corpo. è spinto a farlo: ora sa soltanto quello che deve fare. Confessare senza dirlo troppo forte, prima di spiegare tutto, una volta girate le spalle, a sé stessi. La parola che accarezza, che rivela senza mai gettare sulle cose una luce più intensa di quella di una lampada, e il corpo che scrive, che colma spinto da una pura, ineffabile necessità le lacune inevitabili della parola. Nel 1929 la Yourcenar ci regala i biglietti per un lungo viaggio. Chi ci sta guidando attraverso le zone più difficili da percorrere potrà arrestare il proprio cammino solo quando sentirà di essersi confermato in sé stesso. Un viaggio. Sì. Cammino che modifica intimamente, passaggio da uno stato ad un altro, mutamento di una materia che sperimenta la propria trasformazione. L'elemento che permette di compiere questo ultimo rito è l'acqua. Liquido che battezza la nuova nascita, illude l'eliminazione del peccato, fino ad ora imprigionato con cura in tante buste di plastica sigillate, ordinate e sistemate come se fosse possibile sistemare ogni desiderio ogni sogno ogni parte di noi. E poi gli specchi. Perché ci si possa guardare da un altro punto di vista, anzi da infinite posizioni, per oggettivarci, per parlare a noi stessi come faremmo con un estraneo; permettono di riflettere il mondo, ci rendono plurali, possono schiaffeggiarci con una realtà che non desideriamo confermare - per permettere all'altro di osservarci da infinite altre angolazioni che sfuggono al controllo. Si sta parlando di identità. Qualunque essa sia. Di accoglierla, acconsentirvi, di viverla. I cadaveri che restano sono solo i contenitori di quello che durante la scrittura è stato sprigionato, schizzato via, sparso a terra... Non, rien de rien, non, je ne regrette rien
Stacks Image 4226
  • conPier Giuseppe Di Tanno
  • adattamento teatraleAlessandra Arcieri
  • regiaMassimo Di Michele
  • luciAlessandro Carletti
  • musichePaolo Terni
  • scene, foto e locandinaCristina Gardumi
  • costumiGiuseppe Testa
  • coreografieTiziano Di Muzio
  • organizzazioneRoberto Marinelli
  • una produzioneImargini
  • Show More

Note di regia

Questa lettera, amica mia, sarà lunghissima.
Ecco la viva testimonianza di una persona: davanti a noi alza la testa, si scopre, sorride, e subito dopo piange, infine ci guarda. Allora capiamo: si è liberata, è riuscita a cantare. Leggendo la lettera che il giovane Alexis scrive a sua moglie per lasciarla, dopo interminabili anni di bugie e ipocrisia, è assistere a un'indagine. Il delitto è innominabile all'inizio perfino da colui che l'ha commesso. Solo gradualmente prende la forma incerta e dolorosa di una colpa comune, commessa anzitutto verso se stessi: il sacrificio della propria natura per sottomettersi alla comoda illusione di una vita Un corpo disteso. Due specchi 80x80cm. Ventuno sacchetti di plastica small, medium, large pieni d'acqua. Marguerite Yourcenar, 24 anni, scrive per la prima volta. Compone il ritratto di una voce che si chiama Alexis. Traccia un percorso doveroso nella sua memoria. Scava dove il ricordo è ancora nervo vivo - filma con lenti piano-sequenza quello che può dare sollievo rivedere. Lui decide di spiegare, di farsi stetoscopio. Di vestirsi del proprio corpo. è spinto a farlo: ora sa soltanto quello che deve fare. Confessare senza dirlo troppo forte, prima di spiegare tutto, una volta girate le spalle, a sé stessi. La parola che accarezza, che rivela senza mai gettare sulle cose una luce più intensa di quella di una lampada, e il corpo che scrive, che colma spinto da una pura, ineffabile necessità le lacune inevitabili della parola. Nel 1929 la Yourcenar ci regala i biglietti per un lungo viaggio. Chi ci sta guidando attraverso le zone più difficili da percorrere potrà arrestare il proprio cammino solo quando sentirà di essersi confermato in sé stesso. Un viaggio. Sì. Cammino che modifica intimamente, passaggio da uno stato ad un altro, mutamento di una materia che sperimenta la propria trasformazione. L'elemento che permette di compiere questo ultimo rito è l'acqua. Liquido che battezza la nuova nascita, illude l'eliminazione del peccato, fino ad ora imprigionato con cura in tante buste di plastica sigillate, ordinate e sistemate come se fosse possibile sistemare ogni desiderio ogni sogno ogni parte di noi. E poi gli specchi. Perché ci si possa guardare da un altro punto di vista, anzi da infinite posizioni, per oggettivarci, per parlare a noi stessi come faremmo con un estraneo; permettono di riflettere il mondo, ci rendono plurali, possono schiaffeggiarci con una realtà che non desideriamo confermare - per permettere all'altro di osservarci da infinite altre angolazioni che sfuggono al controllo. Si sta parlando di identità. Qualunque essa sia. Di accoglierla, acconsentirvi, di viverla. I cadaveri che restano sono solo i contenitori di quello che durante la scrittura è stato sprigionato, schizzato via, sparso a terra... Non, rien de rien, non, je ne regrette rien

Galleria Fotografica

© 2014 Massimo Di MIchele