Massimo Di Michele



Attore | Regista

Il Bello degli Animali

è che ti vogliono bene senza chiedere niente

di Rodrigo Garcia

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  • traduzioneDaniele Aluigi
  • regiaMassimo Di Michele
  • conPiergiuseppe Di Tanno, Cristina Gardumi, Roberto Marinelli, Francesco Villano
  • costumiGiuseppe Testa
  • luciAlessandro Carletti
  • coreografieTiziano Di Muzio
  • consulenza musicaleEnzo Pucci
  • assistenza alla regiaMonica Belardinelli
  • locandinaCristina Gardumi
  • foto di scenaStefania Bonatelli
  • una produzioneImargini
  • Show More

Note di regia

Quando il dolore ti spezza significa che il dolore è sul punto di morire
Il bello degli animali è che ti vogliono bene senza chiedere niente ha tutte le caratteristiche provocatorie e di denuncia del degrado intellettuale ed emotivo che descrive i nostri tempi, che hanno reso il suo autore una delle voci che oggi accusano con più ferocia e spietatezza. Ovviamente anche il linguaggio registico di Rodrigo Garcìa aderisce perfettamente ai toni sempre in apparenza monologanti dei suoi personaggi, portando solitamente gli attori a dire il testo, nel modo più naturale possibile e bandendo ogni facile fuga nel patetico e nell'emotività, direttamente in faccia al pubblico. Alla fatidica prima lettura, tutto questo si palesa con una sicurezza lampante. è solo dopo che inizia a sorgere il dubbio: se non fosse tutto qui? Al di là del naturalismo, delle bestemmie e degli intercalari del linguaggio popolare, al di là delle invettive contro il consumismo e la politica corrotta e la sanità marcia, dell'apparente pour parler che riempie le pagine e il tempo del dialogo senza portarti da nessuna parte; se non fosse ciò che sembra?
I personaggi del testo originale sono tre, ma parlano come se avessero una bocca sola, come fossero un'unica persona e la sua memoria, in cui i diversi umori e pensieri instaurano un dialogo che porterà all'unità di essa e a riconoscersi. Il monologo finale è il luogo preciso in cui questa fusione si realizza. Come una necessità continuamente rimandata. Il viaggio che ha condotto a questo è stato inevitabile. Quando ti rendi conto di dove Garcìa è riuscito a portarti è troppo tardi: ti trovi già lì, in bilico sull'abisso che separa la vita dalla morte. La vita come malattia e sofferenza, la morte come liberazione definitiva e dolcissima. Stiamo parlando di eutanasia, ma fino alla fine non ce ne rendiamo conto.
Il contesto iniziale è quello di un luogo dove si aspetta. Può trattarsi della sala d'attesa di un medico specialista, o di un luogo più misterioso - la connotazione scenica è essenziale e non chiude possibili interpretazioni altre - anzi sprigiona letture personalissime che invitano chi guarda a essere coautore di ciò che osserva. è chiaro che c'è qualcuno o qualcosa che detta le regole, pian piano cresce il disagio e la certezza che non esiste una via di uscita possibile. A parte forse parlarsi. E infatti il fiume dei discorsi a tratti avvolge le quattro persone, e finisce per chiuderle in loro stesse, trasformandole in isole monologanti. Il bello del testo di Garcìa è che questo percorso umanissimo attraverso la società di oggi e le sue varie malattie, viene portato avanti in modo accuratamente chirurgico, sì, ma sempre ironico corrosivo e dissacrante.
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  • traduzioneDaniele Aluigi
  • regiaMassimo Di Michele
  • conPiergiuseppe Di Tanno, Cristina Gardumi, Roberto Marinelli, Francesco Villano
  • costumiGiuseppe Testa
  • luciAlessandro Carletti
  • coreografieTiziano Di Muzio
  • consulenza musicaleEnzo Pucci
  • assistenza alla regiaMonica Belardinelli
  • locandinaCristina Gardumi
  • foto di scenaStefania Bonatelli
  • una produzioneImargini
  • Show More

Note di regia

Quando il dolore ti spezza significa che il dolore è sul punto di morire
Il bello degli animali è che ti vogliono bene senza chiedere niente ha tutte le caratteristiche provocatorie e di denuncia del degrado intellettuale ed emotivo che descrive i nostri tempi, che hanno reso il suo autore una delle voci che oggi accusano con più ferocia e spietatezza. Ovviamente anche il linguaggio registico di Rodrigo Garcìa aderisce perfettamente ai toni sempre in apparenza monologanti dei suoi personaggi, portando solitamente gli attori a dire il testo, nel modo più naturale possibile e bandendo ogni facile fuga nel patetico e nell'emotività, direttamente in faccia al pubblico. Alla fatidica prima lettura, tutto questo si palesa con una sicurezza lampante. è solo dopo che inizia a sorgere il dubbio: se non fosse tutto qui? Al di là del naturalismo, delle bestemmie e degli intercalari del linguaggio popolare, al di là delle invettive contro il consumismo e la politica corrotta e la sanità marcia, dell'apparente pour parler che riempie le pagine e il tempo del dialogo senza portarti da nessuna parte; se non fosse ciò che sembra?
I personaggi del testo originale sono tre, ma parlano come se avessero una bocca sola, come fossero un'unica persona e la sua memoria, in cui i diversi umori e pensieri instaurano un dialogo che porterà all'unità di essa e a riconoscersi. Il monologo finale è il luogo preciso in cui questa fusione si realizza. Come una necessità continuamente rimandata. Il viaggio che ha condotto a questo è stato inevitabile. Quando ti rendi conto di dove Garcìa è riuscito a portarti è troppo tardi: ti trovi già lì, in bilico sull'abisso che separa la vita dalla morte. La vita come malattia e sofferenza, la morte come liberazione definitiva e dolcissima. Stiamo parlando di eutanasia, ma fino alla fine non ce ne rendiamo conto.
Il contesto iniziale è quello di un luogo dove si aspetta. Può trattarsi della sala d'attesa di un medico specialista, o di un luogo più misterioso - la connotazione scenica è essenziale e non chiude possibili interpretazioni altre - anzi sprigiona letture personalissime che invitano chi guarda a essere coautore di ciò che osserva. è chiaro che c'è qualcuno o qualcosa che detta le regole, pian piano cresce il disagio e la certezza che non esiste una via di uscita possibile. A parte forse parlarsi. E infatti il fiume dei discorsi a tratti avvolge le quattro persone, e finisce per chiuderle in loro stesse, trasformandole in isole monologanti. Il bello del testo di Garcìa è che questo percorso umanissimo attraverso la società di oggi e le sue varie malattie, viene portato avanti in modo accuratamente chirurgico, sì, ma sempre ironico corrosivo e dissacrante.
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  • traduzioneDaniele Aluigi
  • regiaMassimo Di Michele
  • conPiergiuseppe Di Tanno, Cristina Gardumi, Roberto Marinelli, Francesco Villano
  • costumiGiuseppe Testa
  • luciAlessandro Carletti
  • coreografieTiziano Di Muzio
  • consulenza musicaleEnzo Pucci
  • assistenza alla regiaMonica Belardinelli
  • locandinaCristina Gardumi
  • foto di scenaStefania Bonatelli
  • una produzioneImargini
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Note di regia

Quando il dolore ti spezza significa che il dolore è sul punto di morire
Il bello degli animali è che ti vogliono bene senza chiedere niente ha tutte le caratteristiche provocatorie e di denuncia del degrado intellettuale ed emotivo che descrive i nostri tempi, che hanno reso il suo autore una delle voci che oggi accusano con più ferocia e spietatezza. Ovviamente anche il linguaggio registico di Rodrigo Garcìa aderisce perfettamente ai toni sempre in apparenza monologanti dei suoi personaggi, portando solitamente gli attori a dire il testo, nel modo più naturale possibile e bandendo ogni facile fuga nel patetico e nell'emotività, direttamente in faccia al pubblico. Alla fatidica prima lettura, tutto questo si palesa con una sicurezza lampante. è solo dopo che inizia a sorgere il dubbio: se non fosse tutto qui? Al di là del naturalismo, delle bestemmie e degli intercalari del linguaggio popolare, al di là delle invettive contro il consumismo e la politica corrotta e la sanità marcia, dell'apparente pour parler che riempie le pagine e il tempo del dialogo senza portarti da nessuna parte; se non fosse ciò che sembra?
I personaggi del testo originale sono tre, ma parlano come se avessero una bocca sola, come fossero un'unica persona e la sua memoria, in cui i diversi umori e pensieri instaurano un dialogo che porterà all'unità di essa e a riconoscersi. Il monologo finale è il luogo preciso in cui questa fusione si realizza. Come una necessità continuamente rimandata. Il viaggio che ha condotto a questo è stato inevitabile. Quando ti rendi conto di dove Garcìa è riuscito a portarti è troppo tardi: ti trovi già lì, in bilico sull'abisso che separa la vita dalla morte. La vita come malattia e sofferenza, la morte come liberazione definitiva e dolcissima. Stiamo parlando di eutanasia, ma fino alla fine non ce ne rendiamo conto.
Il contesto iniziale è quello di un luogo dove si aspetta. Può trattarsi della sala d'attesa di un medico specialista, o di un luogo più misterioso - la connotazione scenica è essenziale e non chiude possibili interpretazioni altre - anzi sprigiona letture personalissime che invitano chi guarda a essere coautore di ciò che osserva. è chiaro che c'è qualcuno o qualcosa che detta le regole, pian piano cresce il disagio e la certezza che non esiste una via di uscita possibile. A parte forse parlarsi. E infatti il fiume dei discorsi a tratti avvolge le quattro persone, e finisce per chiuderle in loro stesse, trasformandole in isole monologanti. Il bello del testo di Garcìa è che questo percorso umanissimo attraverso la società di oggi e le sue varie malattie, viene portato avanti in modo accuratamente chirurgico, sì, ma sempre ironico corrosivo e dissacrante.

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© 2014 Massimo Di MIchele